27 maggio 2012

Indifferenti, A. Gramsci

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.

L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
 
da "La Città futura"

Lapide ad ignominia, P. Calamandrei

Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci ritroverai
morti e vivi collo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA


Piero Calamandrei, 4 dicembre 1952, Palazzo Comunale di Cuneo

20 maggio 2012

Il genere di appartenenza del Satyricon

Il tentativo di definire il genere in cui l’opera petroniana si inscrive e i modelli da cui dipende costituisce ancora oggi un discusso capitolo, si può affermare infatti che il Satyricon di Petronio non rientra in un unico genere letterario codificato: è combinazione di generi molto diversi tra loro; lo stato lacunoso inoltre non è d’aiuto nella ricerca dei lineamenti principali. È per questo definito pastiche letterario. L'opera è sicuramente formata sul modello della satira menippea, da cui trae la tecnica della compresenza di parti in prosa e parti in poesia, dal taglio satirico pungente. Come il titolo stesso richiama, il Satyricon è certamente ispirato al genere della satira, caratterizzato però in questo caso da un lucido distacco, privo cioè di un intento moralistico e dalla presenza di folte digressioni. Allo stesso modo, il Satyricon fu influenzato dal mimo, rappresentazione teatrale dal forte realismo descrittivo. L’opera è da alcuni considerata come una parodia del romanzo greco d’amore e d’avventura, un genere diffusosi nel periodo ellenistico, caratterizzato dalla ripetitività di trame e di situazioni e da una idealizzazione dell’amore, soprattutto per quanto riguarda il rispetto della castità e della reciproca fedeltà. Petronio avrebbe costruito un romanzo antifrastico rispetto a questo genere, con l’intento di ridicolizzarlo. A questa ipotesi si potrebbe obiettare in primo luogo che il Satyricon non ricalca tutti i tòpoi del romanzo greco e in secondo luogo l’ipotesi sarebbe da respingere per ragioni cronologiche. Il Satyricon sarebbe da inserire, come le Metamorfosi di Apuleio, nel genere della fabula Milesia, una forma narrativa caratterizzata da brevi racconti di contenuto per lo più osceno, Si deve comunque considerare che esso possiede un’estensione decisamente più ampia rispetto alla fabula Milesia; inoltre, mentre nelle Metamorfosi di Apuleio è evidente la funzione di “cornice” assegnata alla narrazione principale, nulla di simile sembra trasparire dal frammento del Satyricon in nostro possesso; L’ipotesi conserva, tuttavia, una sua plausibilità. Il Satyricon potrebbe inoltre configurarsi come un esperimento letterario che, secondo alcuni critici, è consistito in un rifacimento ironico dell’Odissea, con tanto di persecuzione da parte della divinità offesa, naufragi, incontri con grandi seduttrici; L’eroe, però, è diversamente da Odisseo, ingegnoso e padrone della situazione, impotente nel fronteggiare il proprio destino. L’ipotesi, per quanto affascinante, appare riduttiva. In conclusione allo stato attuale delle nostre conoscenze, il Satyricon non è riconducibile ad alcun genere letterario in particolare; potrebbe tuttavia, alla luce di un Petronio a noi noto come culture dei classici, configurarsi come una geniale e consapevole rielaborazione di diversi generi.

2 luglio 2011

Versione: I Pompeiani restano senz'acqua, Cesare

TESTO LATINO:

Tum vero pompeiani, neque ad explorandum locum castris idoneum neque ad progrediendum data facultate, necessario constitunt et procul ab aqua et natura iniquo loco castra ponunt. Sed caesar proemio non lacessit et eo die tabernacula statui passus non est, quo paratiores essent omnes ad insequendum, sive noctu, sive interdiu pompeiani erumperent. Illi, animadverso vitio castrorum tota nocte munitiones producunt catstraque castris convertunt. Hoc idem postero die a prima luce faciunt totamque in ea re diem consumunt. Sed quantum opere processerant et castra protulerant, tanto aberant ab aqua longius et presenti malo aliis malis rimedia dabantur.

TRADUZIONE:

In effetti in quel momento i Pompeiani, non essendo stata data la possibilità di esplorare  un luogo idoneo per l'accampamento né di avanzare, necessariamente si stabiliscono lontano dall'acqua e pongono l'accampamento in un luogo non adatto per la conformazione naturale. Ma Cesare non provoca battaglia e in quel giorno non permise di piantare le tende affinché tutti fossero più preparati ad attaccare se i Pompeiani avessero fatto una sortita di notte o di giorno. Quelli, constatato il punto debole dell'accampamento, per tutta la notte estendono le fortificazioni e le spostano da un accampamento all'altro. Fanno questa medesima cosa durante il giorno seguente dall'alba e impiegano tutta la giornata in questa occupazione. Ma di quanto erano avanzati con l'opera di fortificazione e di quanto avevano portato avanti l'accampamento, di altrettanto erano più distanti dall'acqua e si ponevano rimedi allo svantaggio presente con altri danni.

19 giugno 2011

Versione: Provvedimenti contro i Senoni e i Carnuti, Cesare

TESTO LATINO:

Tali modo vastatis regionibus exercitum Caesar duarum cohortium damno Durocortorum Remorum reducit concilioque in eum locum Galliae indicto de coniuratione Senonum et Carnutum quaestionem habere instituit et de Accone, qui princeps eius consili fuerat, graviore sententia pronuntiata more maiorum supplicium sumpsit. Nonnulli iudicium veriti profugerunt. Quibus cum aqua atque igni interdixisset, duas legiones ad fines Treverorum, duas in Lingonibus, sex reliquas in Senonum finibus Agedinci in hibernis collocavit frumentoque exercitui proviso, ut instituerat, in Italiam ad conventus agendos profectus est.

TRADUZIONE:

Devastate in tal modo le regioni con la perdita di due coorti, Cesare ritira l'esercito a Durocortoro dei Remi e convocata in quel luogo della Gallia una assemblea, decide di aprire un'inchiesta sulla rivolta dei Senoni e dei Carnuti e emanata una sentenza piuttosto severa infligge la pena prevista dalla legge degli antenati ad Accone, che era il capo di quel progetto. Alcuni fuggirono temendo un processo. E avendo proibito a questi l'uso dell'acqua e del fuoco, dispose negli accampamenti invernali due legioni nei territori dei Treviri, due tra i Lingoni, le restanti sei nei territori dei Senoni ad Agedinco e dopo aver provveduto al rifornimento di grano per l'esercito, come aveva stabilito, si diresse in Italia per tenere le sessioni giudiziarie.